Assicurare che clima, cibo, ambiente e lotta alla povertà possano integrarsi in strategie in grado anche di preservare i territori

Tra poco più di un mese 200 governi mondiali si troveranno a Parigi alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP21) con l’obiettivo di sottoscrivere una nuova intesa sul taglio delle emissioni di CO2 e la lotta al riscaldamento globale. I dati che arrivano sulla febbre del pianeta sono sempre più allarmanti: Le concentrazioni in atmosfera di anidride carbonica (Co2), metano e protossido d’azoto sono aumentate a livelli mai raggiunti in 800 mila anni. Ciascuno degli ultimi tre decenni è stato più caldo del precedente e più caldo di qualsiasi decennio precedente dal 1850 sulla superficie terrestre. Gli scienziati sono sempre più certi che il cambiamento climatico rappresenti un vero e proprio pericolo per il pianeta e per le vita che ospita, animale e vegetale, per tutte le società, specialmente per quelle più povere e deboli. Cambiamenti che potrebbero causare gravi crisi economiche con il pericolo che l’effetto sia quello dell’impoverimento delle popolazioni.

Il rischio potenziale maggiore, tuttavia, è legato all’occorrenza che diversi scenari di questo tipo si possano svolgere allo stesso tempo, generando conflitti o elevando un problema da una dimensione regionale a una globale. Povertà, disuguaglianze, urbanizzazione, globalizzazione del settore alimentare, mancanza di adeguate infrastrutture, densità abitativa, conflitti, sono tutti elementi che contribuiscono a definire differenti gradi di vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Non c’è dubbio che la responsabilità dei cambiamenti in atto è da attribuire anche alla mano dell’uomo e la mancanza di una visione d’insieme dei governi mondiali (se si prende atto che solo 37 dei 196 membri dell’Onu hanno al momento presentato il cosiddetto Intended Nationally Determined Contribution o INDC, il programma col dettaglio della strategia per il contrasto del riscaldamento globale dopo il 2020), ma anche la mancanza di una leadership dell’Europa, aumenta i rischi di un fallimento per l’accordo globale sul clima, che potrebbe vedere allungarsi a dismisura i tempi di un accordo “ambizioso, completo e vincolante”. Per questo l’appuntamento di Parigi è cruciale per non far sfuggire dalle proprie responsabilità i governi dei paesi ricchi e delle economie emergenti, ma anche dei paesi in via di sviluppo, timorosi di rallentare la propria crescita economica con vincoli sulla CO2 e che vorrebbero assicurazioni concrete sugli aiuti economici dai paesi più ricchi per introdurre piani in grado di limitare i danni causati dai cambiamenti climatici. Altro tema oggetto di scontro, tra le lobby del food e della chimica da un parte e le organizzazioni sociali e movimenti popolari dall’altra, è quello della cosiddetta agricoltura ‘intelligente’. Ossia come assicurare che clima, cibo, ambiente e lotta alla povertà possano integrarsi in strategie in grado anche di preservare i territori. Non resta, allora, che augurarci, a partire da Parigi, la nascita di una politica internazionale sui cambiamenti climatici effettivamente fondata sui diritti umani, sociali, economici ed ambientali.

*responsabile Ambiente e Agricoltura di Sel Lazio

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