Convegno Verdi \"Acqua quanto mi costi\"?La privatizzazione dell’acqua comporta la sua riduzione a merce e soprattutto disuguaglianze nell’accesso. Per questo motivo è necessario battersi per il riconoscimento del diritto all’acqua come bene comune pubblico; deve essere la società stessa nel suo complesso a garantirne il diritto all’accesso, secondo il doppio principio di corresponsabilità e di sussidiarietà, senza discriminazioni di reddito o classe sociale.

 

 

Un diritto, non solo
un bisogno

L’acqua dolce rappresenta meno della metà dell’1% delle riserve idriche totali del globo: è un bene preziosissimo e limitato, oggetto di conflitti. Attualmente circa il 40% della popolazione mondiale vive utilizzando i 250 bacini fluviali il cui sfruttamento è conteso da vari paesi. Le problematiche correlate all’utilizzo dell’acqua potabile sono tante e note tra cui le più gravi ed evidenti sono l’inquinamento delle falde e la desertificazione determinata dall’effetto serra. A questi gravissimi problemi ormai se n’è aggiunto un altro, dalla portata altrettanto distruttiva: la politica mondiale di privatizzazione delle risorse e dei servizi correlati all’acqua potabile. È possibile individuare un doppio binario della politica mondiale a riguardo, che contrappone gli stati industrializzati a quelli in
via di sviluppo; infatti, mentre per primi si profila la privatizzazione della risorsa e dei servizi, per i secondi, oltre allo sfruttamento delle riserve locali da parte di multinazionali straniere, si prefigura il ricorso all’uso della forza militare per risolvere il problema d’accesso all’acqua. Le guerre del futuro, come evidenziato dalla relazione dell’Onu sull’anno dell’acqua (2003), saranno combattute per ottenere lo sfruttamento esclusivo dei bacini d’acqua, destinati ad assume una rilevanza
sempre più strategica nelle economie dei vari stati e nei rapporti internazionali. Di seguito sono segnalati gli strumenti adottati a livello mondiale, europeo ed italiano per la realizzazione di questa politica mercificatrice della risorsa fondamentale acqua, e quindi dalla vita.

Lo scenario
Mondiale

Il 2° forum mondiale sull’acqua – Aja marzo 2000 – ha modificato profondamente la politica mondiale relativa alle risorse idriche, proponendo come soluzione ai problemi di carenza e
distribuzione, il mutamento dello status dell’acqua. Il Forum istituito dal Consiglio Mondiale sull’acqua – nato nel 1994 su iniziativa della Banca Mondiale – indica come soluzione
al problema delle risorse idriche l’individuazione dell’acqua non come diritto umano, ma come “bisogno”. Il diritto umano all’acqua dovrebbe essere un prius giuridico che non ammette condizionamenti e limiti; al contrario l’acqua intesa come bisogno umano ammette e si struttura sulle leggi della domanda e dell’offerta. Ciò che dovrebbe essere un diritto, svincolato dalle leggi
di mercato, si declassa a bisogno che può essere soddisfatto solo grazie alle leggi di mercato. L’acqua, intesa come merce, è il punto di partenza nella definizione degli obiettivi e degli strumenti sviluppati nel 3° Forum mondiale dell’acqua – Kyoto marzo 2003. I principi cardine della nuova politica dell’acqua sono facilmente individuabili: la sua definizione come un bene economico, al pari del petrolio e delle altre merci vendute, comprate e scambiate; la definizione degli esseri
umani come consumatori/clienti di un bene/servizio accessibile mediante meccanismi di mercato. La gestione delle risorse idriche del pianeta deve avvenire secondo il programma Iwrm (Integrated Water Resources Management), elaborato dalla Banca Mondiale, che impone la liberalizzazione dei servizi idrici, ed è centrato sul principio del recupero del costo totale d’investimenti e gestione nella determinazione del “giusto prezzo” dell’acqua. Come facilmente s’intuisce, la liberalizzazione dei servizi idrici determina un effetto cascata: deregolamentazione e privatizzazione sono risultati ineludibili. Di più: secondo il principio di condizionalità imposto dalla Banca Mondiale e dal Fmi, un paese può ottenere prestiti a condizione che liberalizzi, deregolarizzi e privatizzi i settori per i quali ha ottenuto il credito.
Questa sciagurata politica mondiale ha innescato una serie di reazioni forti e di condanna da parte dei vari forum sociali internazionali. Le dichiarazioni finali dei Forum sociali mondiali di Porto Alegre (gennaio 2005), Panamazzonico (gennaio 2005), Ginevra (marzo 2005) hanno contestato fortemente la mercificazione dell’acqua perpetrata attraverso la privatizzazione dei servizi idrici pubblici, le grandi opere (dighe, canalizzazioni e deviazioni), lo sfruttamento commerciale delle
sorgenti e l’imposizione di un modello che consegna all’imbottigliamento il diritto a bere l’acqua.
Le dichiarazioni finali sottolineano con chiarezza il dato evidente che la gestione privata consente l’esclusivo accesso all’acqua a chi può pagare, con l’inevitabile negazione del diritto d’accesso ad una parte sempre più numerosa della popolazione mondiale, favorendo in tal modo discriminazioni sociali e conflitti. L’obiettivo dei Forum sociali è il sovvertimento dell’attuale politica, da aggiungere con il riconoscimento dell’acqua come bene comune pubblico dell’umanità, quindi invertendo il processo di privatizzazione in corso.

Le guerre
per l’acqua

L’assenza di una legislazione internazionale sullo sfruttamento delle acque comporta un duplice
pericolo: il primato dello stato militarmente più forte o il primato dello stato che è a monte di un
corso di fiume (può dirottarne la portata d’acqua negandone l’accesso ai paesi del basso corso del fiume stesso) o di laghi. Un precedente è costituito dalla dottrina Harmon, applicata nel 1895 nel conflitto tra Usa e Messico per lo sfruttamento delle acque del Rio Grande, secondo la quale l’acqua appartiene agli stati dove scorre la parte alta del corso del fiume (a monte) indipendentemente dai problemi che sorgono a valle. Le aree di conflitto riguardano l’intero globo; a scopo esemplificativo basta citare alcune brevi notazioni.In Africa le acque del Nilo bagnano ben 10 paesi diversi e sono state causa di molti conflitti sia prima sia dopo la costruzione della diga di Assuan (1959); lo sfruttamento del fiume Zambesi ha determinano scontri armati tra la Namibia
ed il Botsawana.
In Asia centrale la dissoluzione dell’Urss ha determinato conflitti legati al corso di grandi fiumi che attraversano stati indipendenti. Il Bangladesh, l’India ed il Pakistan hanno rapporti tesi a causa della spartizione dei fiumi Gange ed Indo.
Il continente americano affronta serie difficoltà: gli Usa hanno risorse sufficienti per i prossimi quindici anni, dopo avranno problemi per l’approvvigionamento idrico di alcuni stati come il Texas e l’Arizona. L’America Latina, dotata di fiumi e laghi sufficienti al fabbisogno dell’area, paradossalmente si trova in una condizione d’emergenza a causa delle privatizzazioni del servizio idrico che riguardano aree come la regione del Cochabamba (Bolivia) e Città del Messico.
In Medioriente i sistemi . uviali del Giordano, del Tigri edell’Eufrate sono insufficienti a coprire la crescita dei consumi prevista e sono oggetto di contesa tra Israele, Siria, Giordania e Turchia. In Palestina l’approvvigionamento dell’acqua è uno degli elementi cardine dell’occupazione dei territori da parte d’Israele. Oggi, dopo la seconda Intifada iniziata nel2000, sono pochi i villaggi palestinesi con acquedotto funzionante e le risorse idriche sono ridotte alla raccolta dell’acqua
piovana, alla raccolta dalle sorgenti, all’acquisto dalle autocisterne. Ogni nuovo progetto di connessione all’acqua, dalle perforazioni per un pozzo alla posa di una tubatura . no alla
costruzione di una cisterna, richiede il consenso di Israele, nell’ambito del Joint Water Committee.

La direttiva
2000/60/CE

La direttiva 2000/60/ce del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2000 (modificata dalla Decisione n.2445/ 2001/CEE), che istituisce un quadro per l’azione comunitaria in materia di acque, è entrata in vigore il 22/12/2000. Gli obiettivi principali della direttiva s’inseriscono in quelli complessivi della politica ambientale della Comunità, perseguendo la salvaguardia e la tutela della qualità ambientale, nonché favorendo l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali
in base ai principi della precauzione e dell’azione preventiva, al principio della riduzione, soprattutto alla fonte, dei danni causati all’ambiente ed al principio “chi inquina paga”.
Gli stati membri devono individuare i singoli bacini idrogeografici presenti nel loro territorio e li assegnano a singoli distretti idrografici (la principale unità per la gestione dei bacini) accorpando i piccoli bacini in unico distretto; inoltre gli stati membri devono adottare disposizioni amministrative
adeguate, compresa l’individuazione dell’autorità nazionale competente per l’applicazione delle norme previste dalla Direttiva stessa. La direttiva impone agli stati membri l’obbligo di adottare misure per fare in modo che i prezzi dell’acqua riflettano il costo complessivo di tutti i servizi connessi con l’uso dell’acqua stessa (gestione, manutenzione delle attrezzature, investimenti, sviluppi futuri), nonché i costi connessi con l’ambiente e l’impoverimento delle risorse (art.9), sviluppando un sistema di definizione dei prezzi sensibile ai parametri fisici, sociali, istituzionali e politici per ogni località. Sono inoltre previste consultazioni in modo che il sistema finale adottato comporti un sostanziale bilanciamento della domanda e dell’offerta.
La motivazione principale utilizzata per dare un prezzo all’acqua è che esso agisce come un incentivo per incoraggiarne un utilizzo più sostenibile. Paradossalmente, dopo aver dato un prezzo all’acqua, se ne riconosce la criticità per la salute pubblica, quindi la direttiva prevede eccezioni per le aree disagiate in modo che in tali aree i servizi idrici siano offerti a prezzi abbordabili non meglio definiti. La futura ed ovvia oscillazione dei prezzi è già evidente in un paese come la Francia, che per anni ha fatto pagare i servizi idrici: il prezzo per la fornitura di acqua e i servizi di smaltimento delle acque di scarico in questo paese varia da 0,8 a 3,15 euro per metro cubo.
Quindi, mentre la direttiva quadro sulle risorse idriche si propone di arrivare ad un prezzo dell’acqua giusto ma senza porre nessun limite, essa non richiede la definizione di un prezzo
unico per tutta l’Unione europea. I prezzi saranno diversi da zona a zona in funzione di fattori come quelli sopracitati e di altri ancora, compresa l’internalizzazione dei costi ambientali. Sarà essenziale la trasparenza sulle decisioni relative alla politica tariffaria applicata alle risorse idriche dai paesi membri ma il quadro generale è preoccupante.

 

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