centrale nucleare di Latina

La decisione del Governo Berlusconi di far tornare il nucleare in Italia ha riacceso i riflettori sui siti che attualmente ospitano le centrali dismesse, inevitabilmente «privilegiati» sul piano della scelta per le eventuali nuove localizzazioni di impianti ad energia atomica. Quella di Borgo Sabotino è la prima centrale nucleare a entrare in funzione in Italia, inaugurata nel 1964 ha funzionato fino al 1986. A seguito del referendum del 1987, svoltosi un anno dopo il disastro di Cernobyl (26 aprile 1986), la centrale venne dismessa insieme alle tre già realizzate in Italia.

A fine 2003, a distanza di sedici anni dalla sua chiusura, la centrale di Borgo Sabotino entra ufficialmente nella fase di “decommissioning”. Con l’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri (Berlusconi) 7 marzo 2003 n. 3267 “Disposizioni urgenti in relazione all’attività di smaltimento, in condizioni di massima sicurezza, dei materiali radioattivi dislocati nelle centrali nucleari ….. nell’ambito delle iniziative da assumere per la tutela dell’interesse essenziale della sicurezza dello Stato”, veniva proclamata l’ennesima situazione di emergenza e quindi la necessità di procedere in tempi rapidi all’individuazione di un sito unico nazionale (poi indicato a Scanzano Jonico, mai aperto per l’opposizione delle popolazioni locali) e la nomina di un commissario straordinario per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi anche “con strutture temporanee da realizzare nello stesso sito di rifiuti radioattivi”. Tali siti divengono così definiti “opera di difesa militare di proprietà dello stato” e non a caso, nel ruolo di commissario straordinario, viene nominato lo stesso Presidente della Sogin, il generale Carlo Jean, persona con scarsa competenza in materia di rifiuti, ma esperto di guerre e strategie militari.

Subito dopo la nomina a commissario straordinario per i rifiuti radioattivi del Presidente della Sogin (la stessa società che dovrà realizzare gli impianti), quest’ultimo delega gran parte dei poteri appena conferitigli, anche quelli per la scelta dei siti, al Vicepresidente della Sogin il prof. Paolo Togni (ex presidente di Waste Management Italia).

A questo punto le opere “possono essere realizzate in deroga alle procedure di V.I.A. (Valutazione Impatto Ambientale), alle concessioni urbanistiche, alle concessioni per le derivazioni d’acqua ad uso industriale, per il trasporto di merci pericolose e in materia di appalti”. Ben 22 leggi e decreti vengono sospesi nella loro efficacia per questo tipo di materia oltre all’inutilità del parere delle istituzioni locali che dovranno ospitare gli impianti.

Nel 2006 venne così autorizzata la costruzione, presso la centrale in questione, delle infrastrutture per l’estrazione e il condizionamento dei fanghi radioattivi, nonché di un deposito temporaneo per i rifiuti. Ma le dimensioni del deposito in costruzione, secondo quanto valutato da Legambiente Lazio, appaiono eccessive per il contenimento esclusivo dei materiali provenienti dalla dismissione della centrale di Borgo Sabotino. E presto dovranno rientrare nel territorio nazionale le scorie radioattive trattate in Inghilterra. Il rischio, e molti elementi lo fanno pensare, è che il deposito nazionale definitivo finisca per essere proprio Borgo Sabotino, passando sotto la cortina di provvedimenti speciali e temporanei. Da ecologista ritengo grave la mancanza di dibattito su una questione così importante, una vera e propria sospensione della democrazia dove i cittadini sono tenuti all’oscuro dei provvedimenti ritenuti rischiosi e perciò più impopolari.

Ma a Borgo Sabotino, dove ancora non si completano le operazioni di messa in sicurezza della vecchia centrale e della realizzazione del sito di stoccaggio temporaneo, si torna a parlare di riattivare il sito per la costruzione di una nuova centrale atomica. Le popolazioni di Borgo Sabotino, di Latina, di Nettuno ed Anzio, di Cisterna e Aprilia (oltre 300 mila abitanti) sono tenute all’oscuro sul futuro che le aspetta. I sindaci, le giunte, i consigli comunali sembrano purtroppo in tutt’altre faccende affaccendati.

Per iniziare una seria opposizione a nuovi impianti nucleari si potrebbe, ad esempio, valutare i potenziali legami che un sito nucleare potrebbe avere con l’aumento delle patologie tumorali che hanno interessato negli ultimi anni i residenti in questi territori. Avviando, in tempi brevi, una seria indagine epidemiologica. La ASL RM H e quella di Latina dovrebbero già essere in possesso dei dati necessari.

Senza tralasciare l’antiecomicità delle centrali nucleari. Un paese come il nostro che non possiede giacimenti di uranio, per la produzione elettrica da nucleare, utilizzerebbe ingentissime risorse pubbliche per una tecnologia che utilizza una fonte in via di esaurimento e che quindi potrebbe usare per pochissimi anni, creando tra l’altro immensi problemi e per millenni per le generazioni future, con le scorie radioattive.

La passata giunta regionale guidata dal centrosinistra aveva fatto ricorso alla Corte Costituzionale contro la “Legge Sviluppo” sul nucleare che di fatto scavalca le regioni in materia energetica. L’attuale governatrice Polverini pur essendoci pronunciata timidamente contro (in campagna elettorale), al momento non ha messo in atto alcun provvedimento che contrasti con l’intenzione del governo di aprire nuove centrali atomiche nella nostra regione. Insomma mentre si discute di intercettazioni, di espulsioni dal Pdl, di appartamenti a Montecarlo, la Lobby affaristica del nucleare, in combutta con certa politica, continua a lavorare per riportare il nostro paese indietro di trenta anni. Tutto questo mentre gli impianti per la produzione di energia sono stati inseriti nell’elenco dei luoghi da coprire con il segreto di stato. Nessuno deve sapere.

Claudio Pelagallo SEL Lazio

Tags: , , , ,

Lascia un commento