il-forum-nazionale Foto di Astrid Lima di Claudio Pelagallo

A partire dagli anni novanta è stato avviato in Italia il processo di liberalizzazione dei mercati e di privatizzazione dei servizi pubblici. Pur riconoscendo l’esistenza di pessimi esempi di gestioni pubbliche, caratterizzate dal fallimento dovuto, spesso, alle pratiche clientelari della politica, l’idea di liberalizzare i servizi pubblici parte dal discutibile presupposto che il privato sia, in ogni caso, migliore del pubblico e che la concorrenza sia l’unica soluzione per i problemi di incapacità gestionale. I sostenitori di queste tesi ritengono che il sistema pubblico non sia in grado di rendere moderna e flessibile la gestione dei servizi e che, senza lo stimolo del mercato, non ci possa essere efficienza. Date le croniche difficoltà in cui versa la finanza pubblica, spesso viene affermato che le ingenti risorse da investire per il necessario ammodernamento degli impianti rende indispensabile un intervento dei privati. Questa tesi è smentita dall’evidenza dei risultati negativi ottenuti con le liberalizzazioni. D’altro canto non si comprende perché il pubblico, (che potrebbe anche decidere di non avere utili da un servizio), non possa agire, se necessario, con altrettante pianificazioni innovative per gli investimenti, riuscendo (al contrario del privato) a distribuire in modo più equo il carico dei costi di tali interventi, in parte sulla fiscalità generale ed in parte sulla tariffa del servizio, con un occhio rivolto alle categorie più deboli.

Le offerte al ribasso da parte delle imprese per vincere le gare hanno come conseguenze quelle di colpire i diritti sindacali, le tutele e le garanzie, i salari dei lavoratori. Le privatizzazioni degli ultimi anni, che avrebbero dovuto generare una sana concorrenza, l’abbassamento delle tariffe, il miglioramento della qualità dei servizi, hanno raggiunto il risultato opposto. Il caso Acqualatina, uno dei casi emblematici di privatizzazione di un bene pubblico primario e vitale come l’acqua. Una società mista pubblica privata costituita nel 2002, pubblica al 51% e privata al 49% (un gruppo di privati guidati dal colosso francese Veolia), gestisce l’Ato 4, la provincia di Latina, più due comuni di Roma, Anzio e Nettuno. Dall’ introduzione della nuova gestione, il servizio non ha subito miglioramenti, le bollette sono notevolmente lievitate fino al 90%, la dispersione della rete si aggira, per stessa ammissione della società, attorno al 60%. Nel 2008 il bilancio di Acqualatina ha chiuso con una perdita di 1 milione e 735 mila euro. La parte pubblica, pur avendo la maggioranza, non decide nulla, ha solo il compito di ratificare i bilanci, gli aumenti delle tariffe e ripianare i debiti.

Ultimamente anche la Regione Lazio ha voluto vederci chiaro nei conti di Acqualatina con un’indagine: “Dall’esame emerge uno sbilanciamento degli obblighi contrattuali eccessivamente favorevole alla parte privata della società Acqualatina. -sostiene l’Assessore all’Ambiente Zaratti- Oltre ad essere in contrasto con quanto definito negli atti di gara e nella normativa di settore, le modifiche apportate alle convenzioni tendono ad annullare il principio dell’autosufficienza della gestione. In poche parole si e’ trasferito l’onere del raggiungimento dell’equilibrio di gestione da Acqualatina all’Ato4 con evidenti ripercussioni sui bilanci dei singoli enti locali”, chiamati a ripianare i conti in rosso della società.

Ma le liberalizzazioni selvagge hanno lasciato il segno anche in altri settori da sempre appannaggio esclusivo del pubblico: la riscossione dei tributi, che nell’euforia del “privato e meglio” è divenuta terra di conquista di società private che, agevolate dalla politica, con aggi fino al 30%, hanno portato i comuni sul baratro del dissesto finanziario. Come la società che gestisce il servizio di riscossione dei tributi del Comune di Aprilia, di Pomezia e di Nettuno. Un caso veramente emblematico di come si possono usare male i soldi dei contribuenti. Dopo sei anni di riscossione privatizzata dei tributi del Comune, Aprilia ha conquistato la “maglia nera” dei conti pubblici italiani, con disavanzi record con cifre a sei zeri. Stessi disastrosi risultati per gli altri due comuni. Anche in questo caso, come in quello dell’acqua, profitti per i privati e debiti scaricati sui cittadini.

E’ evidente che il privato antepone all’efficacia dei servizi la massimizzazione dei profitti, tendendo a risparmiare sugli investimenti, sulle manutenzioni, sulla manodopera, con ricadute negative sulla qualità del servizio e per le tasche degli utenti e determinando disastrose ricadute sociali. Occorre, quindi, una riappropriazione sociale dei beni comuni e dei servizi primari. Le amministrazioni pubbliche devono dimostrare di saper svolgere quel ruolo di corretta gestione a garanzia del conseguimento del bene delle comunità per conto delle quali sono chiamate ad amministrare.

Oltre che sul Settimanale il Granchio il presente articolo è stato pubblicato anche su “La Bacheca Sindacale” mensile della Fp CGIL

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